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Puglia/ Spunta il nome del secondo politico: è il dalemiano Mazzarano
Ultimissime - dalla Puglia
Scritto da Onofrio Damone   
Sabato 20 Marzo 2010 14:57

www.affaritaliani.it

Nell'inchiesta di Bari spunta il nome dell'altro politico 'in affari' con Giampaolo Tarnatini. Non solo Sandro Frisullo: le tangenti sarebbero state corrisposte anche a Michele Mazzarano, ultimo segretario regionale dei Ds, attualmente candidato alle regionali. Il suo nome è coperto da un 'omissis' nell'ordine di custodia cautelare emesso dai magistrati pugliesi per l'ex vicepresidente della giunta Vendola.

Fu Mazzarano nel 2007 a organizzare la cena, pagata da Tarantini, al ristorante la Pignata cui parteciparono Massimo D'Alema, Michele Emiliano e alcuni dirigenti della Asl.

Intanto Frisullo dal carcere nega ogni coinvolgimento. L’ex vicepresidente avrebbe ottenuto soldi e prestazioni sessuali con escort dall’imprenditore barese Tarantini in cambio di un suo impegno per sbloccare i mandati di pagamento per le forniture di protesi e di materiale sanitario che le società della famiglia Tarantini avevano fatto alle Asl.

Ma agli atti ci sono i suoi sms scambiati con una delle escort di Tarantini, Terry De Nicolò. "Spero di conoscerti presto", scriveva la ragazza. "E' anche la mia speranza", rispondeva Frisullo che poi correva a chiamare Tarantini: "Che faccio, che faccio, la chiamo più tardi?", chiedeva; "Sì chiamala alle otto", rispondeva Tarantini: "lavora in un'agenzia di moda, una bellissima ragazza...". Poi gli affari. "Parlato poi oggi, tutto a posto?", gli chiedeva l'imprenditore; "Tutto a posto, poi ti dico", rispondeva il politico.

Agli atti c'è poi quanto detto dallo stesso Frisullo ai magistrati baresi il 25 gennaio scorso. L'ex vicepresidente della giunta pugliese è netto: "Escludo di aver ricevuto denaro da Giampaolo Tarantini".

I VERBALI

"ERAVAMO AMICI. LUI SI CONFIDAVA CON ME"
"Non ho mai agito per favorire Giampaolo nei suoi rapporti con la Asl leccese. L'ho conosciuto quando sono stato nominato assessore allo sviluppo economico della Regione con delega di vicepresidente della Regione, nel maggio 2005. Mi fu presentato da un amico, Roberto De Santis, anche lui iscritto al partito, come un imprenditore. L'incontro fu occasionale e avvenne all'ora di pranzo in un ristorante di Bari: o il 'Nessun dorma' o 'la Bella Bari'. E fu così che cominciò un rapporto che divenne di amicizia. Voglio premettere che io non ho la conoscenza della realtà barese. Lui si dimostrò simpatico, cortese. Frequentava giovani donne che mi vennero presentate e fu così che cominciò con lui una frequentazione più leggera. Si creò un rapporto personale. Lui si confidava con me. Mi raccontò della morte del padre e anche io gli raccontai della mia vita. Mi dette l'impressione di essere una persona desiderosa di amicizia".


"Mi parlò delle sue difficoltà. In particolare, del mancato pagamento di fatture, che si protraeva da anni, da parte delle diverse Asl pugliesi. Mi chiese di dargli una mano per sbloccare questa situazione. Gli dissi che avrei potuto parlare con il dottor Valente, direttore amministrativo della Asl di Lecce. Preciso che anche nei confronti di altre persone, proprio per la funzione istituzionale che svolgo, sono intervenuto per semplificare e regolarizzare i rapporti con la pubblica amministrazione e così evitare costi aggiuntivi per la Regione". Non è la sola richiesta. "In un'altra circostanza, mi chiese di intervenire con la Asl di Barletta sempre per il pagamento di fatture. Gli dissi che non ritenevo opportuno farlo, perché non avevo rapporti con quell'amministrazione e non volevo farlo apparire come un'imposizione".

Frisullo assicura anche che "il rapporto tra il dottor Valenti e Tarantini non si rivelò fruttuoso". Aggiunge di non essere intervenuto "per l'estensione di una gara vinta al Policlinico di Bari, per non interferire in una valutazione autonoma della Asl".

"TARANTINI VOLEVA CHE FACESSI ASSESSORE LA COSENTINO. RIFIUTAI"
Poi nel giugno 2009, "quando viene resa pubblica l'indagine della Procura di Bari", spiega Frisullo, Taranti rivela i suoi interessi.  "Non mi occupavo di sanità e non conoscevo i rapporti che Tarantini aveva con quel mondo. Ho appreso dei rapporti di Tarantini con Lea Cosentino quando quest'ultima divenne direttore generale della Asl di Bari. Ma non so di che rapporto si trattasse". Quando si cerca il successione di Tedesco ad assessore regionale della sanità, "Tarantini mi chiese di intervenire in favore della nomina ad assessore della Cosentino. Non l'ho fatto, perché ritenevo che quell'incarico dovesse essere attribuito a un politico, piuttosto che a un tecnico. E la nomina del nuovo assessore fu fatta direttamente da Vendola".

LE PROSTITUTE E I REGALI
Quanto alle escort, Frisullo non ha dubbi: "Non ho mai concepito il rapporto con Tarantini come un rapporto di reciproci scambi. Mi ha fatto conoscere anche delle belle donne con cui ho avuto delle relazioni. Tra queste, una certa Vanessa. Una napoletana che viveva a Parigi e con la quale ho avuto modo di costruire un rapporto intimo. Un'altra è stata la Terry De Nicolò. Entrambe mi furono presentate come amiche un po' disinibite. E non ho mai neanche immaginato che potessero percepire denaro per le loro prestazioni sessuali. Con entrambe ho avuto un paio di rapporti. Tarantini me le fece conoscere come sue amiche ed organizzò dei pranzi. E i rapporti vennero consumati nello stesso contesto in cui avvennero gli incontri".

Proprio della De Nicolò, l'ex vicepresidente dice di non sapere affatto del suo lavoro ma di averlo appreso dalle cronache sulle ospiti di Palazzo Grazioli. I loro appuntamenti "sono avvenuti in un appartamento di via Giulio Petroni" in una casa "messa a disposizione il mio segretario Luigi Zaterini e la usavamo entrambi per riposarci". Poi continua: "Le pulizie in quella casa erano fatte da una persona di fiducia di Tarantini e fu lui che si propose per farmi questa cortesia. Non so chi pagasse. Io no". "Incontrai Vanessa sia nell'appartamento di Claudio Tarantini che a casa di Giampaolo, a Giovinazzo", ma, giura, "non ho mai saputo che si trattasse di prostitute".

Soltanto una volta "ho avuto un rapporto mercenario". A Milano, all'hotel "Principe di Savoia". "Ero stato a cena con Claudio Tarantini e mi sono intrattenuto con una donna, convocata da Claudio, cui ho corrisposto tra i 300 e i 400 euro".

Infine, i regali. "Sono legati alle festività Natalizie. Nel 2007-2008, andai con Tarantini in un negozio di piazza Umberto, angolo via Argiro, forse 'I gemelli', oppure 'D'Amato'. E poiché avevo bisogno di un impermeabile, dopo averlo scelto, al momento del pagamento, Giampaolo mi disse che avrebbe pagato lui. Si trattava di un Burberry. Presi anche un cappello della stessa marca e non conosco il prezzo".

"SOLO ERRORI UMANI E POLITICI"
"Mi assumo le responsabilità degli errori commessi sul piano umano e per questo prendo atto della mia incompatibilità con un ruolo pubblico. Ho rassegnato le mie dimissioni da assessore. Ho rinunciato alla possibilità di candidarmi alle elezioni regionali prossime e mi sono autosospeso dall'attività istituzionale del Consiglio", conglude Frisullo.

 
BANCA DEL MEZZOGIORNO, COME E PERCHE'
Ultimissime - dall'Italia
Scritto da Onofrio Damone   
Domenica 18 Ottobre 2009 13:13

“Si chiamerà Banca del Mezzogiorno”. “Finanzierà le piccole e medie imprese”, “non parlerà inglese” e “non diventerà un carrozzone, anche perchè l’Unione europea non lo consente”. È quanto ha assicurato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, presentando il disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri per l’istituzione della nuova banca che dovrà occuparsi di fare credito alle iniziative imprenditoriali nel Sud. Una scelta che si è resa necessaria perchè, ha osservato Tremonti, “il Sud è l’unica regione in Europa che non ha una banca propria regionale e questa è un’evidente differenza tra il Sud e il resto d’Europa”.

Per quanto riguarda i tempi di approvazione, il ministro si è detto convinto che il Parlamento, “se vuole, può essere molto veloce ed efficace”. Si tratta di “un modello disegnato dallo Stato ma realizzato dai privati.

Lo Stato - ha spiegato - non avrà un ruolo nella banca. Ne sarà promotore, sottoscriverà una quota simbolica di minoranza”, e stanzierà 5 milioni di euro per far funzionare il Comitato promotore, ma “la scommessa è che la banca cammini con le sue gambe”. Ecco perchè, si sente di garantire, “non diventerà un carrozzone”.

Le “resistenze preconcette” su questa iniziativa sono venute meno e anche da parte dell’Abi e di Confindustria il favore è “crescente”.

Oltre alle banche di credito cooperativo, nei giorni scorsi si è parlato di un ruolo importante anche di Poste Spa, una prospettiva che Tremonti ha confermato, ma che è ancora da studiare. “È un ruolo da definire, stiamo studiando, ma un ruolo molto importante nella Banca del Mezzogiorno lo può avere Poste Spa”. La “dimensione territoriale” a cui si rivolge il nuovo istituto è il Sud, ha spiegato Tremonti, mentre “quella imprenditoriale è la piccola e media impresa”.

Per il Sud, ha aggiunto, è “fondamentale che sul territorio ci siano assistenza e finanziamento all’impresa nella logica del piccolo e medio credito. È quello che ha fatto la fortuna del Nord, a partire dal Veneto”.

“La nostra logica - ha insistito - è che i grandi numeri si fanno con i piccoli numeri. In questa banca non si parlerà inglese. La nostra logica, la nostra visione è quella dell’albergo che vuole ampliarsi, del Comune che vuole fare un centro congressi, dell’esercente di uno stabilimento balneare che vuole aprire una pizzeria”. “Non ha senso”, quindi, parlare di una “Mediobanca del Sud”.

Il modello da cui il governo ha preso spunto, ha spiegato Tremonti, è quello francese del Credit Agricole, che “nasce dal territorio ma poi confluisce in una struttura unica”, ma anche “quello di banca etica: depositi denaro e lo finalizzi ad un impiego meritevole avendo un rendimento di favore attraverso l’aliquota fiscale agevolata”.

Il piano per favorire l’accesso al credito nel Mezzogiorno non prevede infatti solo la banca, ma anche titoli di risparmio sotto varie forme con aliquota fiscale agevolata al 5 per cento.

Titoli che potranno essere emessi dalla Banca del Mezzogiorno, ma anche da altri istituti di credito. “Questo è un intervento per il credito - ha poi tenuto a precisare Tremonti - ma non esaurisce il nostro impegno per il Sud. È solo una parte del piano”, che sarà coordinato a livello del governo centrale, dal ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.

 
STAMPA: LA SINISTRA PADRONA DELLA TV
Ultimissime - dalla Puglia
Scritto da Onofrio Damone   
Sabato 03 Ottobre 2009 08:58

(Tratto da ilpopolodellaliberta.it)

Repubblica, figliocci di Repubblica, campagna di veleni, Michele Santoro, Marco Travaglio, giornalisti che sono gli unici abilitati a giudicare se stessi, oltre che tutti gli altri. Addirittura, come nel caso paradossale de La Stampa, Guido Ruotolo "recensisce" in semi-esclusiva il proprio fratello Sandro Ruotolo, inviato di punta di Anno Zero. Non solo. Sovvenzioni dello Stato e del governo a tutti. Contratti d’oro, stipendi d’oro, carriere garantite. Questo è oggi la stampa italiana; diciamo quell'area vip fatta di direttori, conduttori e grandi firme che si dichiara vittima del “regime berlusconiano”. È questa stampa che domani organizza la piazza per difendersi dagli “attacchi del governo”. Mentre i giornalisti qualsiasi che, nonostante gli aiuti dati dal governo agli editori rischiano la disoccupazione, sfilano più o meno consapevoli per difendere in realtà le parcelle milionarie di Santoro, Travaglio e Fabio Fazio.

Ma qual è la realtà? Prendiamo i maggiori quotidiani per diffusione: Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Sole 24 Ore. Proprietà: Fiat, Banca Intesa, Mediobanca; De Benedetti; ancora Fiat; Confindustria (cioè nuovamente Fiat e De Benedetti). Sono riconducibili al governo? Non pare proprio. Hanno una linea filo-governativa? Men che meno. In compenso i lettori complessivi dei quotidiani sono rimasti quelli del dopoguerra: poco più di cinque milioni. Insomma, si fanno grandi battaglie, ci si parla addosso ma non si conquistano né lettori né clienti. L'amara verità è che i nostri giornali non appaiono credibili, e forse più di un editore e direttore non sa fare il proprio mestiere. Sarà anche questa colpa di Berlusconi?

Veniamo ai giornalisti. Eleggono un gran numero di organismi, dall’Ordine professionale alla Federazione della Stampa, all’Inpgi (istituto previdenziale), alla Casagit (assistenza sanitaria). In tutti la maggioranza è in maniera schiacciante di sinistra: ed infatti organizzano manifestazioni come quella di domani. Questa libertà di voto e rappresentanza, anche per organismi che maneggiano ingenti capitali come l’Inpgi, è mai stata messa in discussione? No, e ci mancherebbe.

Già: ma c’è ovviamente la televisione, chiodo fisso dei fautori della tesi del regime. Mediaset, è noto, è controllata da Berlusconi, mentre la Rai è storicamente lottizzata dai partiti (tutti, maggioranza e opposizione). Mediaset ha un solo programma di approfondimento politico, Matrix, in seconda serata. Vi risulta che abbia mai condotto campagne contro chicchessia? Lo dirige Alessio Vinci, prima lo dirigeva Mentana: il quale si dimise perché voleva fare la diretta sulla morte di Eluana Englaro, mentre l’azienda mantenne la programmazione usuale. Questione di palinsesti e pubblicità, non di politica.

Passiamo alla Rai. Cinque talk show politici:

  • Porta a porta in seconda serata su Rai1, orientamento ecumenico-moderato.
  • Anno Zero prima serata su Rai Due (caso unico al mondo di conduttore, orario e palinsesto imposti dalla magistratura), orientamento antiberlusconiano duro e puro.

  • Ballarò prima serata su Rai Tre, orientamento Pd.

  • Che tempo che fa, prima serata sabato e domenica su Rai Tre, orientamento sinistra.

  • Sette e mezzo, preserale la domenica su Rai Tre, sinistra.

  • Tralasciamo Report, prima serata la domenica su Rai Tre subito dopo Che tempo che fa e Sette e mezzo. Report nasce come programma di approfondimento e inchieste, ma l’opposizione se l'è in pratica annesso.

Si noti bene: tutti, programmi e conduttori, sono stati confermati dalla nuova dirigenza Rai, con relativi contratti, collaborazioni e stipendi più o meno d’oro o di platino. C’è anche La 7, naturalmente. Con Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber e, il lunedì, seguito in prima serata da L’Infedele di Gad Lerner. Orientamento, sinistra.

Il panorama parla da solo. La sinistra lo chiama pluralismo: quale? Di certo mancano l’obiettività e l’equilibrio. La sinistra, inoltre, afferma che non ci sono solo i talk show, ma anche i tg. Un falso. L’errore più grossolano è stabilire un nesso diretto tra televisione, libertà di informazione, consenso politico e soprattutto risultati elettorali. Berlusconi vinse nel ’94 quando la Rai era interamente appaltata ai partiti della Prima repubblica, e su Mediaset si faceva solo intrattenimento. La Lega si affermò praticamente ignorata dalla tv. Prodi è caduto due volte (e assieme a lui D’Alema e Amato) con presidenti Rai e direttori dei telegiornali nominati dall’Ulivo. Ultimi, Claudio Petruccioli a viale Mazzini e Gianni Riotta al Tg1. Ce ne siamo forse dimenticati?

Ma c’è un ultimo aspetto da tenere presente quando si parla di televisione: si chiama Sky, e agisce da monopolista sul satellite, raggiungendo un pubblico via via crescente grazie al calcio, ad una tv spesso di qualità ma anche a nessun vincolo di tetto sulla pubblicità. Sky tg 24 non è certo filogovernativo; anzi. Lo è diventato ancora meno da quando il governo, dovendo parificare per un ultimatum europeo l’Iva sulla pay-tv, anziché ridurla a Mediaset (che sarebbe accaduto se l’avesse fatto?) l’ha alzata all’azienda di Rupert Murdoch.

Ecco, questo è il quadro dell’informazione in Italia. Sia quella scritta sia quella trasmessa sullo schermo tv. Tralasciamo internet, dove il governo Prodi voleva introdurre una sorta di censura sui blog, e dove Carlo De Benedetti chiede ancora una tassa sulle rassegne stampa.

È questa la libertà di stampa negata? È per questo che la sinistra scende in piazza? Qualcuno ha notizia di un giornalista censurato, sottoposto a restrizioni, di un giornale sequestrato, della puntata di un programma non andata in onda? Di uno sproloquio di Marco Travaglio al quale sia stata toccata una virgola? Di una raccolta di firme contro il governo con mobilitazione di premi Nobel, o della consueta rassegna stampa dei “giornali stranieri” ostili al premier (altro caso unico al mondo) che abbiano patito un qualche problema? Ma ci facciano il piacere.

 
LIBERTA' DI STAMPA? SI, CON STIPENDI D'ORO
Ultimissime - dall'Italia
Scritto da Onofrio Damone   
Venerdì 02 Ottobre 2009 13:57

(Tratto da ilpopolodellalibertà.it)

Per essere un po’ meno ridicola, la farsa in piazza del 3 ottobre dovrebbe esporre in bella evidenza, a caratteri cubitali, un cartello, uno solo, con gli stipendi d’oro di alcuni sedicenti martiri della libertà di stampa.

 

Le telecamere che di certo seguiranno in massa l’evento, potrebbero così riprenderlo e fare conoscere agli italiani quanto guadagnano i conduttori dei principali talk show della Rai, tutti schierati contro Berlusconi e il suo governo. Stipendi d’oro così elevati da superare quello del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, l’autorità pubblica che ha il compito di vigilare sulla moneta e sulle banche, quindi con una responsabilità che sul piano del “servizio pubblico” non dovrebbe ammettere confronti, tantomeno con i guitti saputi della Rai.

 

Invece non è così. Rispetto ai circa 600 mila euro annui di Draghi (stipendio autoridotto rispetto al milione e passa del predecessore), la Rai, con i soldi di tutti gli italiani che pagano il canone, riconosce stipendi doppi e anche tripli a personaggi che hanno una sola specializzazione: insultare e diffamare Berlusconi nei talk show televisivi.

 

Ecco qualche nome e qualche cifra per il cartello da portare in piazza il 3 ottobre:

 

  • Fabio Fazio, conduttore di “Che tempo che fa”: 2 milioni di euro l’anno di stipendio (circa il triplo del Governatore Draghi).

 

  • Serena Dandini, conduttrice di “Parla con noi”: 710 mila euro (in pratica, lo stipendio annuo di 40 operai).

 

  • Michele Santoro, conduttore di Annozero: 700 mila euro.

 

  • Giovanni Floris, conduttore di Ballarò: 350 mila euro.

 

Altri guitti sono pagati a prestazione, con gettoni a puntata che superano lo stipendio mensile di un metalmeccanico della Fiat: 1.700 euro per Marco Travaglio, mille euro per il vignettista Vauro Senesi, sempre mille euro per la sedicente imitatrice Sabina Guzzanti.

 

Agli stipendi e ai gettoni si devono poi aggiungere i costi delle trasmissioni. Insultare Berlusconi, per la Rai, merita evidentemente di non fare troppe economie.

 

Ecco il riepilogo dei costi:

 

  • · AnnoZero: 210 mila euro a puntata;

 

  • · Che tempo che fa: 175 mila euro;

 

  • · Report: 130 mila;

 

  • · Ballarò: 105 mila.

 

Giusto per avere un termine di paragone: Porta a Porta di Bruno Vespa costa 85 mila euro a puntata. Ma lo appuntiamo non per difendere Bruno Vespa, né la riconosciuta ecumenicità del suo programma. Lo ricordiamo solo perché si sappia che i sedicenti martiri della libertà di stampa, mentre si proclamano di sinistra, tengono il portafoglio a destra. E nelle farsa in piazza del 3 ottobre, la difesa del portafoglio appare come l’unica cosa vera a cui davvero tengono. Come tutti i mercenari, da sempre.

 
REGIME? UNA FAVOLA SINISTRA!
Ultimissime - dall'Italia
Scritto da Onofrio Damone   
Giovedì 24 Settembre 2009 13:33

(Tratto da ilpopolodellalibertà.it)

Nell’Italia del finto regime inventato dalla sinistra accadono, concentrate in poche ore, cose come queste.

  • Decine di scuole rifiutano di osservare il minuto di silenzio durante i funerali dei paracadutisti caduti a Kabul. Il no alla disposizione del governo non viene dagli studenti, che in molti casi hanno anzi chiesto spiegazioni, ma dagli insegnanti. In un istituto elementare di Roma, che si chiama Iqbal Masih (è il nome di un bambino-operaio pakistano ucciso dalla mafia dei tappeti), la preside che è stata candidata di Sinistra e Libertà, rivendica il rifiuto “perché l’omaggio è solo retorica. Sarebbe stato meglio dedicare il minuto di silenzio ai caduti sul lavoro”. Alla “Pietro Maffi” i genitori spiegano che il silenzio non viene mai rispettato “perché non è condiviso dai docenti”. Ma questi sono i casi noti.

Al “Mamiani”, liceo-simbolo della sinistra, quando è suonata la campanella e qualche studente si è alzato, molti professori hanno dichiarato di non sapere di che si trattasse. Alla fine il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si è scusata a nome del governo: “L’idea che per motivi di polemica politica alcuni docenti e dirigenti scolastici abbiano voluto deliberatamente mancare di rispetto a chi ha dato la propria vita per portare pace e sicurezza nel mondo, è una cosa che riempie di amarezza”.

  • Il comitato provinciale romano della Croce rossa è stato preso d’assalto da una decina di persone dei centri sociali con lanci di vernice rossa e pugni a chi ha tentato di opporsi. Motivo: la presenza della Cri nei centri di identificazione dei clandestini. Ha commentato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: “Il raid ricorda inevitabilmente le prime iniziative terroristiche contro le sedi dei partiti democratici”.

  • Regioni e Comuni un po’ in tutta Italia rifiutano di applicare la riforma del ministero della Pubblica amministrazione che premia, attraverso bonus aggiuntivi allo stipendio base, i dipendenti più bravi.

  • Il sindacato dei giornalisti, assieme ai partiti della sinistra, si accinge a manifestare per la “difesa della libertà di stampa”, che sarebbe messa a repentaglio dal governo Berlusconi. Siamo al ridicolo: da mesi assistiamo sui giornali ad una campagna di chi la spara più grossa contro il governo; campagna alla quale si aggiungono spesso e volentieri i talk show della Rai di Stato. Non risulta che ci siano state censure di articoli né irruzioni nelle redazioni; alla Rai si discute del rinnovo di contratti miliardari, mentre quotidianamente assistiamo al rito di “ciò che dicono i giornali stranieri”, ovviamente contro il nostro governo.

Potremmo andare avanti. E magari inserire nell’elenco l’editoriale del Sole 24 Ore di oggi intitolato “Il facile populismo contro superbonus e speculazione”. Tutte le opinioni sono lecite, ma non può sfuggire che finché la campagna contro la speculazione e gli stipendi miliardari dei manager è stata condotta da Obama, è apparsa come buona e giusta. Ora che l’argomento viene portato da Berlusconi al summit di Pittsburgh, diventa “facile populismo”. Tabellini, rettore della Bocconi, afferma che i manager vengono scelti dai grandi azionisti delle imprese, e dunque è con loro che bisognerebbe prendersela. A questo punto, visto che scrive sul 24 Ore, giornale della Confindustria, cioè dei “grandi azionisti”, si potrebbe chiedere a Tabellini perché non rivolge le sue critiche ai propri editori.

L’elenco potrebbe continuare, ma descrive un’Italia – fortunatamente minoritaria – nella quale si delineano due blocchi di potere decisi a contrastare con ogni mezzo un governo che cerca di rinnovare il Paese nel segno dell’unità sociale.

Il primo blocco è quello della sinistra del “no” sempre e comunque, una sinistra che in qualche caso è violenta e flirta con il terrorismo, che rifiuta perfino il momento unificante dell’omaggio alle vittime di Kabul. Quei professori che “non vedono le circolari”, in realtà per tutta la carriera non fanno che vivere proprio di circolari e disposizioni amministrative, spesso dimenticandosi di insegnare. Sono gli stessi che un anno fa incitarono gli studenti a scendere in piazza contro la riforma della scuola, standosene al riparo delle loro cattedre e dell’impiego fisso.

Il secondo blocco è formato dalle corporazioni che si oppongono al cambiamento in nome della conservazione di privilegi di casta. Si va dai dipendenti pubblici agli economisti che parlano in nome e per conto di lobby e poteri forti, fino ad un mondo dell’informazione che brandisce la libertà di stampa – mai messa in discussione - come una clava nella lotta politica.

Si tratta di quelle èlites contro le quali si è scagliato anche il ministro Brunetta, e che nei giorni scorsi avevano animato un dibattito apparentemente per pochi intimi sul perché Berlusconi non godesse del favore delle “classi dirigenti”.

La realtà è che queste caste, minoritarie nel Paese, nel suo sentire comune e nelle urne, tentano di riappropriarsi del potere (chiamiamo le cose per nome) in maniera subdola o gridata, ma sempre strumentale. Anziché insegnare nelle scuole trasformano le lezioni in comizi; invece di applicare il merito applicano il demerito; non danno il loro contributo contro la crisi ma – ora che la crisi sta finendo – capiscono che potrebbe essere il momento di difendere o recuperare qualche spicchio di potere.

Sono blocchi sociali diversi ma uniti da un sentire comune contro quello che considerano il “governo del regime”. Agiscono in nome della disintegrazione anziché della coesione e dell’interesse del Paese. Non hanno neppure come riferimento una sinistra di opposizione, dal momento che il Partito democratico ha da tempo deciso di mettere la testa sotto la sabbia dedicandosi solo alle proprie lotte interne e caso mai andando a rimorchio delle proteste altrui, spesso senza neppure capire di che cosa stiamo parlando.

È quella la vera zavorra dell’Italia, mentre non solo il governo ma la gente comune lavora ogni giorno senza grilli per la testa per il proprio futuro, mostrando però quella fiducia e quella unità che, secondo gli altri, sarebbe retorica, anzi “regime”.

 
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